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nei secoli, fanno dei prodotti di Colle dei veri capolavori del lavoro, della cucina e
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| La battaglia di Colle |
La tradizione narra che i nomi di Guelfi e Ghibellini (in tedesco, Welfen u. Waiblinger) ebbero origine in Germania
nella prima metà del XII secolo e sembra che i due nomi furono i gridi di battaglia in uso tra i sostenitori della
Casa di Baviera e della Casa dei duchi di Svevia (Hohenstaufen) dopo la morte dell'Imperatore Enrico V (1125), che
non lasciò eredi diretti.
Molto probabilmente però l'uso di tali denominazioni in un'accezione più squisitamente politica sorse qualche anno più tardi,
quando cioè i due partiti in lotta per la successione al trono,
vennero a contrapporsi come rappresentanti di due indirizzi politici antitetici.
I seguaci degli Hohenstaufen sostenevano un indirizzo intransigente nei riguardi di qualsiasi ingerenza politica della
Chiesa romana, mentre il primo rappresentante del ramo cadetto dei Welf-Este, Welf IV, duca di Baviera, favoriva un'intesa
con i pontefici rivolta ad assicurarsi l'avallo morale della sua politica.
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Queste divisioni nel corso degli anni si trasferirono anche in Italia con l'imperatore Federico I, detto il Barbarossa, ed
il Papa Clemente IV.
La lotta tra le due fazioni contendenti coinvolse a lungo anche Colle, dove il popolo guelfo sin dal 1267
era riuscito a cacciare i ghibellini, gravitando più verso la guelfa Firenze che non la Siena ghibellina.
Nel 1268 il Connestabile di Francia Giovanni Britaud
ed i numerosi fuoriusciti guelfi da Siena avevano fatto di
Colle di Val d'Elsa il centro di raccolta delle forze guelfe,
grazie alla sua posizione avanzata nel territorio senese,
che abilmente sfruttavano per cavalcate e devastazioni improvvise
sin sotto le mura della città di Siena.
Da questa situazione il condottiero senese Provenzano Salvani,
trionfatore nel 1260 della battaglia di Montaperti contro
i fiorentini, decise di tentare un'azione militare per espugnare
la città di Colle.
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Il 15 giugno 1269, il Consiglio Generale di Firenze, riunitosi d'urgenza alla notizia dell'avvicinarsi delle milizie
ghibelline a Colle, fece bandire che i combattenti di tre sestrieri si trovassero "a candela accesa", ossia all'alba, pronti
a partire alla volta dell'alleata Colle.
Dal lato guelfo si trovavano schierati 400 cavalieri francesi del Britaud, 200 fiorentini di Neri de' Bardi e circa 200
tra colligiani e senesi fuoriusciti, oltre a qualche centinaio di fanti colligiani, tutti comandati dal Britaud.
Dal lato senese, 1400 cavalieri ed 8.000 fanti al comando
di Provenzano Salvani, speravano in una facile vittoria, da
ottenersi però prima che i rinforzi fiorentini arrivassero
in città.
Lunedì 17 giugno 1269, durante uno spostamento dell'accampamento delle forze senesi dalla Badia di Spugna verso
probabilmente Gracciano, le forze guelfe con mossa audace, ma anche avventata data la disparità delle forze in campo,
attaccarono l'esercito ghibellino, dietro la bandiera guelfa portata da messer Aldobrandino de' Pazzi "per l'onore di
Dio e per la vittoria di Firenze".
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Il combattimento fu breve, ma cruento.
In pochi, e fra questi Provenzano Salvani, si opposero con
le armi nel fuggi fuggi generale delle forze senesi prese
dal panico, che lasciarono sul campo circa mille morti e 1644
feriti.
Tutto l'accampamento senese fu distrutto e le loro insegne
e quelle dei tedeschi trascinate per terra, mentre lo stesso
Provenzano Salvani fu catturato ed ucciso da un fuoriuscito
senese, Regolino Tolomei, e la sua testa, staccata dal busto
ed infissa sopra una picca, fu esposta sulle mura di Colle.
Finiva così il predominio ghibellino, ottenuto dopo la battaglia
di Montaperti, ed iniziava quello definitivo della guelfa
Firenze.
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Dante Alighieri, nel canto XIII del Purgatorio, nel secondo
girone dell'invidia, così per bocca di madonna Sapia riassume
la battaglia di Colle:
"Eran li cittadin miei presso a Colle in campo giunti co' loro avversari,
e io pregava Iddio di quel ch'e' volle.
Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari passi di fuga; e veggendo la caccia, letizia presi a tutte altre dispari, ..."
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"La vita e' come una commedia: non importa quanto e' lunga, ma come e' recitata."
Seneca, Filosofo (5 A.C. - 65 D.C.)
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